Porto romano di Pagliano: potranno riprendere gli scavi archeologici grazie all’Art Bonus?

“Settimana dell’Arte”: inizia dal Porto romano di Pagliano la sensibilizzazione su attivazione “Art Bonus”

La storica del sito archeologico nel territorio di Corbara ha aperto la “Settimana dell’Arte”

Settimana dell’Arte 1.0: Siamo tutti Apprendisti Mecenati: Iniziata dal bene archeologico del Porto romano di Pagliano la campagna di sensibilizzazione all’utilizzo dello strumento “Art Bonus”
• Dalla storia del sito archeologico emerge l’importanza di riprendere gli scavi nell’antico insediamento portuale di Pagliano
• Fino al 27 marzo il Comune di Orvieto promuove tra cittadini e imprese   l’avvio di processi di tutela, conservazione e valorizzazione di alcuni significativi beni culturali presenti nel proprio territorio
(ON/AF) – ORVIETO – L’incontro sul tema Art Bonus per il porto di Pagliano ha aperto, ieri pomeriggio presso il Centro Sociale di Corbara, il programma della Settimana dell’Arte 1.0: Siamo tutti Apprendisti Mecenati promossa dal 21 / 27 marzo dall’Amministrazione Comunale / Assessorato alla Cultura per promuovere la conoscenza delle opportunità dello strumento “Art Bonus”.
 
L’incontro dedicato alla valorizzazione del bene del Porto romano di Pagliano e realizzato con la collaborazione dell’Associazione “Il Giglio” di Corbara rappresentata da Giancarlo Polleggioni, è stato animato dagli interventi di Giovanni Altamore della Soprintendenza ABAP Umbria, Alessandra Cannistrà, Assessore alla Cultura Comune di Orvieto, Stefano Talamoni del Centro Studi “Città di Orvieto” ed Alessandro Trapassi, Archeologo e Tutor del progetto di scavo.
Aprendo il confronto l’Assessore alla Cultura, Alessandra Cannistrà ha illustrato il senso e il programma della “Settimana dell’Arte” sottolineando l’importanza della preservazione, conservazione e valorizzazione dell’eredità culturale da parte dalle Istituzioni pubbliche con il concorso dei soggetti privati, in un rapporto pubblico-privato improntato al rispetto dell’art. 9 della Costituzione.
“Tra le proprie attività a sostegno della promozione, tutela e valorizzazione del vastissimo patrimonio culturale italiano – ha ricordato l’Assessore – nel 2014 il MIBACT ha emanato la Legge n. 106 ‘Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo’, norma che chiama ogni cittadino ad una azione diretta a favore del patrimonio culturale, stimolandone i valori di appartenenza, orgoglio e cura.
Lo strumento per farlo è un credito d’imposta per le erogazioni liberali in denaro a sostegno della cultura e dello spettacolo introdottola dalle legge, il cosiddetto ‘Art bonus’, quale sostegno del mecenatismo e per chi investe sul patrimonio artistico e culturale.
In tal senso, dal 2016 il Comune di Orvieto ha deciso di utilizzare questo strumento per avviare processi di tutela, conservazione e valorizzazione di alcuni beni culturali significativi presenti sul territorio, a partire dalla valorizzazione dei beni culturali in ambito archeologico.
L’Amministrazione Comunale ha individuato, infatti, i siti prioritari e strategici da sottoporre alle erogazioni liberali; ovvero: il Porto di Pagliano, la Necropoli etrusca di Crocifisso del Tufo, la Necropoli di Cannicella e tomba area Avile Katakina, i Fontanili lungo la passeggiata dell’Anello, la Necropoli Poggio Ginestra e Corno di Bardano, l’area di Campo della Fiera; ma anche Porta Maggiore, la Grotta dei Tronchi Fossili, il Palazzo Comunale dove, al piano quarto esiste il frammento di affresco con ritratti dei Magistrati del Comune, nonché il dipinto ‘Sacra Famiglia con Santa Lucia ed Angelo con la Città di Orvieto’ proveniente dalla Chiesa di San Francesco (vedi www.comune.orvieto.tr.it/pagine/art-bonus) ed altri se ne aggiungeranno”.  
Dal canto suo il rappresentante della Soprintendenza ABAP Umbria, Giovanni Altamore ha evidenziato “l’intenzione della Soprintendenza a favorire la ripresa delle ricerche archeologiche presso il Porto Romano di Pagliano, ricerche attualmente ‘in pausa’ dopo l’alluvione del novembre 2012” ma anche “l’auspicio della ripresa di collaborazione con altri Enti e con soggetti privati, a cominciare dalla proprietà del sito stesso, con l’intento di rilanciare l’area archeologica di Pagliano e l’area circostante mediante uno studio sistematico della stessa in epoca romana dal I sec. a.C. al IV sec. d.C.”. 
Ha infine anticipato che la Soprintendenza, insieme ad altri soggetti, è disponibile a lavorare alla pubblicazione dei risultati delle campagne di scavo già effettuate, l’ultima delle quali risale a Cesare Morelli (1957, Bollettino ISAO).
Alessandro Trapassi Archeologo e tutor del più recente progetto di scavo sull’insediamento portuale di Pagliano ha ripercorso la storia degli scavi: da quelli diretti dall’Ing. Riccardo Mancini nel 1890, quando la proprietà del sito archeologico era della Banca Romana e conclusisi a seguito del fallimento della stessa, a quelli iniziati nel 2000, dopo un lungo periodo di oblio, dalla Soprintendenza, fino alle campagne di scavo condotte dal 2002 al 2006 dal Centro Studi “Città di Orvieto” attraverso i “campi scuola” a cui partecipavano vari studenti provenienti da diverse università italiane in collaborazione con la Scuola di Etruscologia e Archeologia dell’Italia Antica istituita congiuntamente nel 2002 dalla Fondazione per il CSCO e dalla Fondazione per il Museo “C. Faina”; per arrivare al 2010 quando sono state effettuate delle indagini geomagnetiche a cui ha partecipato l’Università degli Studi di Perugia.
L’area archeologica di Pagliano – ha precisato Trapassi – si trova nelle immediate vicinanze della confluenza del fiume Tevere con il Paglia, a poca distanza da Orvieto, (Velzna per gli Etruschi, Volsinii per i romani) una zona economicamente strategica nell’antichità, dominata e controllata dal grande insediamento volsiniese di Castellonchio. La zona, compresa tra i due fiumi, forma una sorta di triangolo sopraelevato (per circa 6 metri) rispetto al terreno circostante; l’intera area archeologica si estende per circa 8000 metri quadrati. 
Non vi sono notizie che riguardano scavi effettuati a Pagliano prima della fine dell’Ottocento. Bisogna attendere la seconda metà del XIX secolo, prima che si torni a parlare della presenza di questo importante sito archeologico, con scavi condotti in maniera sistematica. 
In seguito a lavori agricoli effettuati per la ricerca di acqua nella Tenuta di Corbara, di proprietà dell’allora Banca Romana, vennero ritrovati, come venne annotato all’epoca, ‘alcuni piccoli oggetti e frammenti antichi’, e, in seguito a ciò, fu incaricato l’ingegnere Riccardo Mancini (noto per le lunghe campagne di scavo nelle necropoli orvietane di Cannicella e di Crocefisso del Tufo) di condurre, tra il 1889 e il 1890, una serie di scavi all’interno dell’area archeologica di Pagliano; ricerche che riportarono alla luce, oltre a un gran numero di reperti, una serie di ambienti di grandi dimensioni, in tutto 70, di cui solo 28 vennero allora esplorati. 
Mancini produsse una notevole documentazione e, in un rapporto preliminare alla prima campagna di scavo, interpretò le strutture venute alla luce come i resti di un grande edificio termale. Gli scavi proseguirono fino al 29 novembre del 1890, quando i lavori cessarono all’improvviso. Ciò è da imputare a quello che di lì a breve sarebbe accaduto: la Banca Romana, finanziatrice degli scavi, venne indagata per una serie di ammanchi di capitali, che provocarono la caduta del Governo Giolitti e il fallimento dell’Istituto Bancario. Ricerche d’archivio hanno portato alla scoperta di un documento inedito redatto da Riccardo Mancini alla fine della seconda campagna di scavo, rinvenuto nell’archivio della chiesa parrocchiale di Corbara.  Si tratta della pianta definitiva in scala 1:200 delle strutture rinvenute, con annotazioni e dati importanti per ricostruire la natura del sito.  Il primo ad ipotizzare che si potesse trattare di un porto, fu Annibale Ricci nel 1913. Nello scrivere  la sua opera dal titolo, ‘storia di un comune rurale dell’Umbria (Baschi)’, e, per l’appunto parlando di Pagliano, disse che si potevano interpretare i resti come quelli ‘di una stazione di navigatori annessa forse a qualche grande villa’”.
 
“Le indagini su Pagliano – ha aggiunto – vennero riprese negli anni ’20 del secolo scorso, quando Amilcare Manassei, fattore della Tenuta di Corbara, spogliò i resti rinvenuti, in maniera indiscriminata. 
Solo nel 1925 il sacerdote bolsenese Consalvo Dottarelli, allora parroco di Corbara, procedette a una ripulitura dell’area archeologica e nel 1926, W. Valentini, Ispettore onorario di Orvieto, non accettando la tesi del Mancini, ipotizzò che si potesse  trattare di un porto; tesi accolta in parte da U. Tarchi, che nel 1936 parlò di un edificio portuale o termale. Dopo ciò, Pagliano venne di nuovo dimenticata e i resti ricoperti dalla vegetazione. 
Nel 1957 Cesare Morelli eseguì una ricognizione dell’area archeologica, di cui pubblicò una pianta completa nell’ambito di un articolo edito nel Bollettino dell’Istituto Storico Artistico Orvietano, in cui si confermava in via definitiva l’interpretazione delle strutture come pertinenti a un impianto portuale. 
Ma negli anni compresi tra il 1962-65 sorsero nuovi problemi per Pagliano: la costruzione dell’Autostrada del Sole portò, infatti, all’occupazione dell’area archeologica per la costruzione di un grande cantiere stradale, con l’insediamento delle baracche per gli operai e dei depositi per i materiali, di cui sono ancora visibili le vestigia. Alcune strutture di epoca romana rimaste ancora in vista vennero abbattute per far posto a questi edifici provvisori. 
A partire dal 2001 ha avuto inizio un nuova stagione per Pagliano: l’ENEL ha effettuato una prima ripulitura dell’area archeologica partendo dalle sponde a ridosso dei fiumi, e poi, proseguendo con la rimozione completa della vegetazione, riportando alla luce l’intera struttura. La Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria ha provveduto, a questo punto, al consolidamento delle strutture conservate e alla promozione di nuove indagini di scavo. 
Dal 2002 al 2006 è stato attivo un campo scuola in un settore nell’area archeologica di Pagliano, promosso per conto della Scuola di Etruscologia e Archeologia dell’Italia Antica (istituita dalla Fondazione per il Centro Studi ‘Città di Orvieto’) in piena collaborazione con la competente Soprintendenza, dove sono venuti a formarsi giovani archeologi. Qui essi hanno svolto  sul campo tutte le funzioni che fanno parte del bagaglio professionale di un archeologo: dal rilievo delle strutture al disegno dei materiali e alla loro classificazione. 
A Pagliano, in conclusione, si sviluppò un importante insediamento portuale di epoca romana che, allo stato attuale delle ricerche (in base allo studio preliminare delle monete e degli altri reperti ritrovati negli scavi ottocenteschi, e di recente, nelle indagini effettuate dalla Scuola di Etruscologia e dalla nostra Soprintendenza), sembra essere stato attivo agli inizi del I sec. a.C. fino all’intero arco del IV sec. d. C. Il dato più recente ricavabile dal materiale numismatico è rappresentato da monete di Arcadio, databili al 408 d.C.
L’interruzione dei dati archeologici va forse messa in relazione con la discesa in Italia di Alarico, che nella sua fase di avvicinamento a Roma, culminata con il saccheggio del 410, non risparmiò nulla nei territori attraversati. E, con ogni probabilità, non risparmiò neanche la zona di Pagliano, determinando a questo punto il definitivo declino dell’insediamento portuale, precludendone qualsiasi ulteriore possibilità di rinascita economica. 
Quest’area ha svolto, sin da epoca molto antica, la funzione di centro di raccolta e smercio di prodotti e manufatti provenienti dall’Etruria interna e dai centri produttivi limitrofi. Qui venivano non solo imbarcate merci per Roma, ma anche prodotti agricoli del territorio orvietano, come olio, vino e grano. Non meraviglia, quindi, il ritrovamento di numerose macine in pietra, in uno degli ambienti più grandi del complesso archeologico. 
Oltre a questo tipo di prodotti semilavorati, transitava per Pagliano anche ceramica aretina sigillata, prodotta nel vicino insediamento di Scoppieto presso Baschi, e poi trasportata a Roma lungo il Tevere, che in epoca antica rappresentava una delle principali vie fluviali di penetrazione commerciale e trait d’union fra l’Etruria interna e Roma. Di questo parlano ampiamente i classici (come Plinio, Strabone e Livio), con particolare riferimento al tipo di trasporti e alla navigabilità del Tevere, del Paglia e degli altri maggiori affluenti. 
Oltre a ciò, si può osservare come il sito di Pagliano sia collocato al centro di una zona fortemente caratterizzata da presenze umane distribuite attraverso un arco cronologico molto esteso; presenze che vanno dall’età del Ferro all’epoca tardo-imperiale. Il territorio circostante è, difatti, caratterizzato da insediamenti produttivi (come Scoppieto), strategici (come quello sovrastante di Castellonchio), e agricoli (come quello attestato dalla necropoli di tombe a camera in località Vallone di S. Lorenzo, sulla riva sinistra del Tevere, presso Montecchio) da non dimenticare l’insediamento di Sermugnano e quello di Pianello nelle immediate vicinanze dell’attuale abitato di Castiglione in  Teverina anch’essi non molto lontano da qui”. 
 
“Pagliano – ha concluso Trapassi – è, ed è stato tutto questo: sono state condotte nel 2009 e nel 2010 indagini geomagnetiche da parte dell’Istituto di Studi Classici dell’Università degli Studi di Perugia che hanno evidenziato diverse anomalie magnetiche che potrebbero riservare grosse sorprese: ciò ha permesso di indagare in maniera del tutto diversa l’area archeologica, rivelando che qualcosa di nuovo e di interessante potrebbe essere nascosto al di sotto delle strutture evidenti, ma questo è un altro discorso. 
Dalla fine delle campagne di scavo condotte a Pagliano, l’area archeologica è stata di nuovo gradualmente e lentamente abbandonata a sé stessa: piano piano la vegetazione ha iniziato di nuovo a ricoprire le strutture già precedentemente scoperte e ripulite, anche sulle nuove strutture portate alla luce dalla Scuola di Etruscologia, rendendo vano quello che era stato fatto fino ad ora. 
Il colpo finale a Pagliano, è stato sferrato dalla piena del fiume Paglia del 2012 che oltre a sconvolgere totalmente le zone attorno a Orvieto Scalo e a mettere in ginocchio diverse attività lavorative, ha fagocitato anche l’area archeologica di Pagliano. Questo sito archeologico fa parte del PAAO (Parco Archeologico Ambientale dell’Orvietano ) e del Parco fluviale del Tevere, dove già in passato era stata creata una pista ciclabile che da Ciconia portava direttamente all’area archeologica, con panchine, tavoli per picnic, ma tutto ciò non esiste più, spazzato via dalla piena e non solo. 
Le strutture scoperte da Riccardo Mancini e dagli scavi effettuati di recente, sono stati sepolti da metri di fango, e da detriti che durante l’ondata di piena sono passati sopra di esse, seppellendole di nuovo, come  se la natura volesse di nuovo prendere il sopravvento. 
Bisogna, a questo punto, agire al più presto per fare in modo che il nostro passato e la nostra storia non venga dimenticata. 
Facciamo agire le istituzioni prima che sia troppo tardi, cercando di reperire fondi, per intervenire in siti di particolare interesse archeologico e non, e di messa in sicurezza di zone dove la piena ha creato situazioni di grave instabilità geologica”.
Stefano Talamoni del Centro Studi “Città di Orvieto” ha poi parlato dell’esperienza compiuta attraverso la Scuola di Etruscologia e Archeologia dell’Italia Antica da: Fondazione CSCO, Fondazione Faina, Comune di Orvieto (titolare della concessione di scavo), Soprintendenza ai beni Archeologici dell’Umbria (oggi Soprintendenza ABAP Umbria) e la Tenuta del Castello di Corbara proprietaria dell’area.
“Un esempio di formazione archeologica sul campo – ha evidenziato – Ogni anno veniva pubblicato un bando a cui aderivano studenti provenienti da tutta Italia che, nel mese di settembre per tre settimane, scavavano nell’area archeologica di Pagliano e soggiornavano in una struttura messa a disposizione dalla proprietà con il contributo della Fondazione CRO.  
Oggi, nel registrare con piacere l’apertura e la disponibilità da parte della Soprintendenza a riprendere le campagne di scavo, a cominciare dalla bonifica del sito archeologico dopo le criticità createsi con l’alluvione del 2012 (fanghi e vegetazione spontanea) – una disponibilità che, peraltro, negli anni non era mai venuta meno – il Centro Studi ‘Città di Orvieto’ è disponibile a fungere da tavolo di raccordo tra e Istituzioni, privati e istituzioni universitarie. 
Dalla ripresa delle ricerche archeologiche condotte con metodo scientifico è auspicabile che si possa riprendere l’esperienza della Scuola di Etruscologia in una nuova prospettiva di apertura alla collaborazione con le Università USA che sul territorio orvietano già partecipano ad altre importanti campagne di scavo”.
A conclusione dell’incontro, l’Assessore alla Cultura, Cannistrà ha confermato che “il Comune di Orvieto insieme al Centro Studi ‘Città di Orvieto’ è a disposizione per raccordare vecchie e nuove collaborazioni intorno agli scavi archeologici di Pagliano inseriti nel contesto più ampio della valorizzazione del vasto e ricco patrimonio archeologico dell’area orvietana e del centro Italia”.
L’Assessore ha ringraziato infine l’Associazione “Il Giglio” che “tiene viva l’attività culturale e sociale di Corbara” e “la famiglia Patrizi che nel sostegno a tanti progetti, da anni interpreta la filosofia della formula promossa con la Settimana dell’Arte, ovvero: Siamo tutti Apprendisti Mecenati”.
 
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Le foto pubblicate sono state gentilmente concesse dagli archeologi Alessandro Trapassi e Francesco Pacelli.
 

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